Il “design ex-industriale” di Martí Guixé
Intervista a uno degli esponenti più noti del design spagnolo

intervista di Lucia Panozzo

Martí Guixé è uno degli ambasciatori del nuovo design spagnolo nel mondo. Occupato a "progettare idee" più che a disegnare l'ennesima sedia di tendenza, a rischiare proponendo un design sperimentale, ludico e concettuale, che si intreccia con l'arte, la grafica, l'editoria, la moda e la cucina, è l'autore di progetti molto diversi fra loro, che comprendono spazi vendita e shopping bag, locali improbabili e tapas futuriste, libri da fare e non da leggere, oggetti tradizionali e nuovi reinventati nella forma e nella proposta d'uso.

Lo abbiamo incontrato a Torino, in occasione dell'allestimento del Book Design Space, uno spazio all'interno della Fiera Internazionale del Libro voluto da Corraini Editore per parlare di design di libri attraverso dibattiti, workshop e mostre.

D. Eri già stato a Torino prima di questa occasione?

R. Sì, sono venuto la prima volta a metà degli anni '80. Ho degli amici qui e ogni tanto torno a trovarli. Gli aspetti della città che conosco meglio sono quello alternativo dei locali notturni del lungo Po e quello misterioso e leggermente inquietante legato alla sua fama "diabolica". Nel mio caso, però, Torino ha sempre rappresentato anche un centro importante del design, seppure limitato all'ambito molto specifico dell'automobile. A livello internazionale credo che si cominciò a parlare della città da un altro punto di vista in occasione dell'inaugurazione del complesso del Lingotto di Renzo Piano, che pure è strettamente connesso alla FIAT, la storica casa di produzione automobilistica!


D. Trovi che la città sia cambiata negli anni?

R. Probabilmente sì ma non la conosco abbastanza bene per dirti in cosa. Si respira un'atmosfera nuova, un desiderio di ribalta internazionale. Durante il recente Salone del Mobile di Milano ho colto un po' di rivalità fra le due città e questo mi ha fatto pensare che probabilmente Torino sta cercando di insidiare la leadership milanese nel settore.


D. Parliamo di te. Quali studi hai fatto? Come sono stati i tuoi inizi nel mondo del design?

R. Ho fatto un percorso molto lineare. Ho studiato interior design a Barcellona e poi sono andato a Milano per frequentare un master del Politecnico in product design. Tornato a Barcellona, ho aperto con un amico uno studio di design, che ho lasciato dopo la sbornia delle Olimpiadi del '92. L'effetto olimpico fu dirompente per la città ma anche per i cittadini. In tanti avrebbero voluto andarsene. Io scelsi Berlino per ricaricare le pile. La città mi piacque molto e così decisi di fare il pendolare fra queste due città. Vivo molto bene questa "esistenza bipolare", non potrei vivere solo a Barcellona. Berlino è una città in continua evoluzione, giovane ed energica, che ti dà molta libertà perchè non ci sono pressioni economiche esagerate; è perfetta per artisti e imprenditori. Al contrario di Barcellona che è diventata molto cara e quindi è impossibile per chi ha poche risorse lanciarsi in nuove imprese.


D. E perché non Milano?

R. Milano mi piace; ci vado spesso per ragioni professionali e ho un bel ricordo dei due anni che ho vissuto lì quando studiavo. Però non so come sarebbe viverci non da studente ma da professionista, non conosco quella quotidianità e non so se mi piacerebbe il ritmo che la città impone.


D. L'industria è sempre stata il tallone di Achille del disegno spagnolo. Forse per questo i designer delle ultime generazioni hanno abbandonato la progettazione più tradizionale per dedicarsi a disegnare idee e sono conosciuti per il loro design innovativo, immaginativo e divertente, che non sembra essere molto interessato a trasformare quelle idee in prodotti di uso. Ti riconosci in questa definizione?

R. Non avevo mai pensato a un simile rapporto causa-effetto. In effetti in Spagna ci sono poche imprese che producono design e questo, forse, ha fatto sì che i progettisti, liberi dalla pressione legata alla produttività, abbiano dato sfogo alla creatività, ma ha anche provocato l'esodo verso l'estero di molti professionisti. Ma quello che fino a qualche anno fa poteva costituire un problema, adesso che viviamo in una società che definirei ex-industriale non lo è più. La produzione ha perso l'importanza strategica che aveva nel passato. Al giorno d'oggi è indifferente dove si produce. Il mio interlocutore privilegiato deve essere un brand, ovvero una società che fa outsourcing per la fabbricazione dei suoi prodotti ma che è vincolata con la complessità del mondo dei consumi. Come disegnatore sento di avere molta più libertà di azione quando lavoro per un marchio piuttosto che per un produttore, perché nel primo caso si dà molta importanza alle idee, la creatività diventa veicolo di comunicazione con il consumatore, crea sinergie interessanti e stimola nuove abitudini. Sono convinto che il futuro del design stia in questo intreccio fra cultura e commercio. Non mi interessa disegnare oggetti in modo classico con precisione quasi ingegneristica, ma lavorare intorno all'idea che voglio comunicare con il mio prodotto.


D. Per questo motivo sei stato uno dei primi ad occuparti di food design?

R. Sì, mi sembrava un'idea interessante che, utilizzando gli stessi parametri progettuali dell'industrial design, gli alimenti potessero diventare prodotti commestibili ergonomici, funzionali, comunicativi e interattivi.

Quando ho iniziato, tutto il mondo del design mi ha criticato molto perché l'argomento è stato giudicato futile. In realtà la mia proposta era tutt'altro che futile, ma quella dei designer affermati è una casta molto chiusa e conservatrice poco disposta ad accettare intrusioni destabilizzanti. Il punto di partenza è stato una ricerca molto rigorosa sul mass production, che mi ha portato a identificare nel cibo il prodotto di massa per eccellenza. Mi sono accorto, però, che stranamente in nessun caso il cibo viene trattato come un prodotto industriale: i cuochi lavorano come artigiani, con tecnica manuale e tradizionale; l'industria alimentare utilizza sì metodi industriali ma senza un progetto alla base e facendo in modo che il prodotto finito sembri fatto artigianalmente. Il mio intervento è consistito nel disegnare con gli alimenti oggetti da realizzare industrializzando il processo. Alla fine i miei progetti si sono fermati a livello accademico e sperimentale, hanno avuto poche ripercussioni pratiche e questo, credo, per la difficoltà del consumatore ad accettare novità. In compenso occuparsi di food design è diventato molto di moda!


D. Quest'anno sei presente a Torino con due progetti, realizzati in occasione della manifestazione Torino 2008 World Design Capital: il Book Design Space alla Fiera Internazionale del Libro e il PFIC Bar per la mostra Living Spaces della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Puoi parlarci di questi progetti?

R.Pietro Corraini mi ha incaricato di progettare uno spazio fuori contesto e abbastanza radicale da collocare all'interno dello spazio della fiera del libro per ospitare una mostra, un'esposizione di libri e una serie di dibattiti e workshop tutti accomunati dal tema "editoria e design". Con la casa editrice è iniziata tempo fa una bella collaborazione che continua: due libri molto particolari sono già usciti (i titoli sono: Blank Book e Toy weapons, ndr) e a breve ne seguiranno altri due.

Il PFIC Bar (Public Fountain Ice Cube Bar, letteralmente Fontana Pubblica - Bar Cubetto di Ghiaccio) per la mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebauengo (prevista dal 5 giugno al 5 luglio 2008, ndr), è una proposta di business privato che sfrutta un monumento pubblico sul modello del Food Facility, che ho progettato tempo fa. In questo caso l'idea è di un locale che affitta una fontana pubblica e la trasforma, in alcuni momenti della giornata, in una macchina per fare ghiaccio da servire con lo champagne.

Partecipo anche ad altre due iniziative collegate alla manifestazione torinese. Nell'ambito di Torino Geodesign mi sono occupato delle bocciofile ridisegnando per Saporiti delle bocce con una grafica nuova e più contrastante con il terreno di gioco e a luglio sarò impegnato in un laboratorio organizzato nell'ambito delle International Summer School all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.


D. Si sono chiuse da poco le porte della nostra fiera di design più importante, il Salone del Mobile di Milano. Come ti è sembrata? Hai visto qualcosa di interessante?

R. Purtroppo ho potuto vedere poco. L'impressione superficiale che ho avuto è che questa fiera continui ad essere orientata solo verso il mercato mentre sono convinto che soprattutto le iniziative del Fuori Salone dovrebbero essere indirizzate verso la cultura del design per diventare luoghi di sperimentazione. E' un peccato che Milano non approfitti del suo ruolo consolidato per rischiare verso qualcosa di innovativo. Mi auguro che ne approfitti Torino.

- Torino Geodesign
- Bocciofila Mossetto
- Living Spaces
- www.guixe.com

PFIC BAR
Public Fountain Ice Cube BAR per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino


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